Parmigiano Reggiano Food Valley

Il filo rosso della Parma Food Valley

Un distretto produttivo che esporta il 5% del made in Italy nel mondo, grazie a sinergie di filiera, investimenti nella formazione e un’identità glocal vincente.

Con un ecosistema produttivo che rappresenta il 5% dell’export nazionale, la Food Valley di Parma si conferma un centro di eccellenza gastronomica. Globale ma anche locale, e a ribadirlo è un’indagine Ipsos: tra i prodotti che più rappresentano il Paese all’estero, quasi un terzo degli italiani ne cita uno riconducibile a quest’area geografica. Qualche esempio: Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma, pasta Barilla, alici Delicius e Rizzoli. Le quattro filiere – a cui si aggiungono quella del latte (Parmalat) e del pomodoro (Mutti) – hanno consentito alla città di Parma di classificarsi al secondo posto tra le 110 province italiane per fatturato legato all’export alimentare.

Non solo: l’Emilia-Romagna conferma il record europeo di prodotti certificati Dop (di origine protetta). La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un territorio tutto sommato piccolo – la zona include le province di Modena, Reggio Emilia e Parma – si sia imposto come portavoce e simbolo dell’italianità nel mondo? Per Andrea Belli, rappresentante di filiera, «il fil rouge che rende speciale il distretto sono le persone». Noi crediamo che si tratti di un filo rosso a più dimensioni e che si snodi lungo quattro direttrici in particolare.

Le persone e la capacità di fare sistema

«In un momento come questo, caratterizzato da conflittualità politiche ed economiche, è importante sottolineare l’importanza di un ente che, invece, è stato capace di fare sistema», dichiara Massimo Spigaroli, presidente Fondazione Parma Città Creativa della Gastronomia e chef patron del ristorante Antica Corte Pallavicina. E, infatti, il primo punto di forza della Food Valley è quello di esprimere il suo potenziale come territorio unito: filiere produttive, consorzi e aziende cooperano per consolidare e accrescere la notorietà del brand. Un sistema di sinergie che si regge sul saper fare squadra, traendo vantaggio innanzitutto dalle relazioni umane e dallo scambio: di competenze, professionalità, esperienze.

L’identità glocale del territorio

La capacità di concentrarsi contemporaneamente sulla dimensione locale e quella globale fa della Food Valley un distretto dall’identità “glocal”: specifica di una zona – tanto che la nomenclatura di diversi prodotti contiene “Parma”, vedi Parmigiano – ma capace di servirsi della globalizzazione per diffondersi su scala mondiale (il riconoscimento Unesco del 2015 è un esempio). Al legame tra territorialità e internazionalità si unisce quello, più sottile, tra memoria e avanguardia: la storia è custodita e tramandata attraverso i diversi musei del cibo presenti sul territorio, mentre l’innovazione passa dalla formazione e dalla ricerca.

Gli investimenti nel campo dell’educazione e della cultura

Non è un caso se Parma è stata Capitale italiana della cultura nel 2020 e nel 2027 sarà Capitale europea dei giovani. Un’area dalla forte vocazione imprenditoriale – si contano 40 mila imprese – dove le aziende investono sempre di più in percorsi di formazione e nella diffusione dei saperi dell’agroindustria: dalla progettazione alimentare ai nuovi sistemi di tracciabilità e robotica, oltre alle strategie di commercializzazione e valorizzazione del prodotto. Ad Alma – la Scuola Internazionale di Cucina Italiana di Colorno – sono passati 15mila giovani, oggi ambasciatori della cultura e del saper fare italiano nel mondo. «Il settore della manifatturiera dev’essere attrattivo per le nuove generazioni se vogliamo un sistema sostenibile nel tempo – afferma Belli – e proprio la Food Valley è in prima linea a sostenere programmi educativi e iniziative culturali sul territorio».

La natura non delocalizzabile dei prodotti

La questione dei dazi rappresenta una fonte di preoccupazione per il settore (proprio gli Stati Uniti hanno registrato la crescita più significativa dell’export con un +21,7% rispetto al 2022). Ciò che conforta è quanto sottolineato dalla vicepresidente del Consorzio Prosciutto di Parma Gaia Baiocchi: «I prodotti della Food Valley sono indissolubilmente legati alla provincia di Parma e i dazi costituirebbero un problema anche per il mercato americano». La nostra cucina è riconoscibile in tutto il mondo e così i singoli ingredienti che la compongono, che si distinguono per quella qualità e genuinità esclusivamente italiane. «Ci auspichiamo che i consumatori continuino a scegliere il gusto e la sicurezza alimentare, lavoriamo ogni giorno per garantirli», aggiunge Baiocchi. Il concetto alla base del dazio è quello di arricchire un Paese, ma rendere difficoltosa la commercializzazione di prodotti come il Parmigiano e il Prosciutto di Parma negli Usa potrebbe costituire una fonte di rischio anche per i distributori americani. Gli Stati dovrebbero collaborare, a vantaggio di tutte le parti coinvolte così come fanno le filiere e le imprese della Parma Food Valley.

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